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La mia bio a metà strada tra il tè e il caffè

La storia di Anna

È proprio vero che si potrebbe tracciare la propria storia seguendo il filo della (bio?)caffeina: del caffè e anche del tè. Esistono le culture del tè e quelle del caffè; io sono nata in una cultura del caffè, ma sono sempre stata attratta da quelle del tè: quello indiano e lo yoga e l’ayurveda e quello russo del nichilista Kirillov, e poi per i casi della vita anche quello cinese, cui non avevo mai prestato particolare attenzione finché poi non ho sposato uno di Hong Kong. La mia vita è stata un’alternanza di “periodi tè” e “periodi caffè”.

Anno della maturità: sveglia alle cinque che è l’unica ora tranquilla nella casa di una famiglia numerosa. Caffè (moka da tre). Due ore di studio intenso prima di andare a scuola. Poi dormo tutto il pomeriggio.

Università: rispetto al mio paesino della bassa bergamasca, Padova è una grande città ma soprattutto sciccosa. Caffè da Manin quasi di nascosto perché lo fanno perfetto e io non mi sento all’altezza. Al pomeriggio invece tè coi coinquilini e infervorate discussioni di politica, letteratura, filosofia.

Per il dottorato volo in America, i primi anni sono durissimi. Nei momenti di crisi più nera affogo nel lungo caffè americano, che tutt’oggi per me rappresenta la disperazione. Studio russo e passo un inverno a San Pietroburgo, imparo cos’è il freddo e scopro il tè al timo. Poi trovo un equilibrio: sveglia alle cinque (ancora!), meditazione, una tazza di earlgrey fortissimo e yoga per cominciare la giornata. A yoga conosco mio marito. Un giorno mi porta a casa un thermos di decotto di erbe, frutti e semi cinesi che dovrebbe aiutarmi a dormire. In cucina mentre lo beviamo parliamo della vita e in quel momento decido che lo sposo. È metà dicembre. Ci sposiamo ad aprile.

Gravidanza: né tè né caffè né acqua né niente perché ho l’iperemesi e vomito solo al pensiero.

Poi nasce mio figlio e ritorna il caffè, svariate moke da tre che bevo da sola nel corso della giornata (lo ammetto, ma non ditelo ai dottori che stavo ancora allattando).Non che aiuti ad essere meno zombie ma mi fa compagnia. 

Nascita di mia figlia: nasce in casa alle 22:32 e alle due passate è ancora lì che ciucia. Mio marito è crollato da tempo e anche l’ostetrica decide di andare, ripasserà domani. Alle due e mezza finalmente dormono tutti (mio figlio ha continuato a dormire beato come se niente fosse accaduto). Io sono sfatta come forse si può essere solo dopo un parto, ma euforica, l’anima in subbuglio. Penzolo dappertutto ma riesco ad andare in cucina e farmi un tè, raspberrysage nella mia tazza preferita, e me lo bevo mangiando cioccolato e guardando la famiglia dormiente. Questa volta alle cinque mi addormento.

Qualche mese dopo vendiamo la casa, con armi e bagagli veniamo in Italia per un anno. 

Gli esperti dicono che con la quarantena bisognerebbe non lasciarsi andare, svegliarsi presto, vestirsi, insomma darsi un contegno e seguire la routine. Noi ci proviamo ma proprio non ci riesce. Lavoriamo di notte, la mattina è il bimbo (due anni e mezzo) a dire “mamma è mattina bisogna alzarsi”, lui in pigiama da tre giorni io forse di più. Finalmente mi trascino sul retro della casa dove batte il sole. Lui “passa da dentro”: si arrampica sulla finestra della cucina, la scavalca e mi raggiunge. Beviamo il caffè dei bambini e controlliamo il basilico, se cresce. 

***

Anna Aresi è insegnante e traduttrice. Alcuni testi da lei tradotti si trovano sul blog di Interno Poesiamentre per Edizioni Ensemble ha tradotto  Contrabbando di upupe, della poeta polacco-americana Ewa Chrusciel. Traduce anche verso l’inglese; ultimamente, insieme a Sarah Moore, ha curato la resa di  “Nove marzo duemilaventi” di Mariangela Gualtieri per  Asymptote Journal.

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