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La bambina senza voce

Haiku del mese

Eri una bambina con la penna []

trascuravi telefoni di piombo

mangiavi cieli di carta bianca.

Da Sofia ha gli occhi

A vederla, è una bambina molto alta per la sua età.

E questa cosa le mette paura, essere troppo in vista.

È una bambina molto timida, che dentro si sente bassa.

In certi momenti ha paura della voce: non riesce a farla uscire.

Come quando suona il telefono: non trova la voce per rispondere.

Allora si rifugia nella carta dei libri che legge, nelle loro storie.

Io ero una bambina senza voce. Non che non parlassi affatto, ma lo facevo solo quando mi sentivo al sicuro, a mio agio, solo con persone fidate: mamma, papà, sorelle. Da sola.

Ero molto timida. Alle elementari le maestre faticavano a farmi parlare. Certo, ero attenta e disciplinata, beneducata. Facevo tutti i compiti e studiavo con costanza. Ma a parlare in pubblico, a intervenire, a fare domande in classe, a condividere ad alta voce: quello no. Come se mi volessi nascondere. Certo, ero alta per la mia età, per la media, e questo faceva colpo, suscitava commenti e spesso prese in giro da parte dei compagni. Ma io non volevo che mi si notasse. Io volevo starmene tranquilla e in ombra nel mio silenzio fidato.

A casa parlavo, invece, con genitori e sorelle. Mi svuotavo di tutto quel che tenevo dentro la mattina, appena solcavo la soglia. Avevo urgenza di riprendere possesso della voce. Facevo a gara con mia sorella gemella, che era in classe con me, per entrare in cucina per prima, ed essere io a raccontare gli eventi successi a scuola. Mi piaceva proprio il fatto di narrare, la narrazione in sé, quel che ne veniva fuori ogni volta.

Ma non riuscivo a rispondere al telefono fisso. Quello grigio di una volta, per intenderci (che ora pare trovarsi solo nei musei!), quello in cui infilare il dito dentro il disco con le cifre e girare fino a comporre tutto il numero, cifra dopo cifra. Il telefono squillava ed io lo lasciavo suonare: non riuscivo a sollevare il ricevitore e dire “Pronto”. Perché la voce, semplicemente non mi usciva. Se ne stava lì incastrata da qualche parte nella gola. La mamma strillava dal negozio di sotto “Qualcuna risponda, noi siamo impegnati!”, ma la vocina non ne voleva proprio sapere. Così come si rifiutava di salutare gli zii e le zie dopo gli incontri a casa della nonna Anna. Sulla porta, i miei mi sollecitavano a salutare. Ma la voce non se ne usciva. Come se volesse risparmiarsi per altri momenti, che decideva soltanto lei!

Il mio antidoto alla timidezza, al sentirmi troppo in vista, alla voce che non mi usciva, era di rifugiarmi nei libri. Libri per la mia età, soprattutto albi illustrati, storie che rileggevo giorno dopo giorno senza stancarmi mai, amandole come la prima volta. Le storie che si ripetono, per un bambino, sono un nido sicuro, una coccola. Una certezza che torna e rassicura.

Il mio libro preferito era una raccolta di 365 storie, una per ogni giorno dell’anno. Ero soprattutto affezionata alla storia che compariva alla data del mio compleanno, o dei compleanni delle persone care. Mi divertivo a leggerle e rileggerle. Erano accompagnate da illustrazioni che raffiguravano l’ambiente e i personaggi, rendendole ancora più “vere”, creando luoghi e amici a cui tornare.

 

Volevo trasmettere a qualcuno il mio amore per questi racconti, così passavo interi pomeriggi rinchiusa nella camera dei miei genitori con audio-registratore, cassettina vergine e il mio libro preferito. Mi registravo come dentro un programma radio per bambini: salutavo i giovani spettatori, davo il benvenuto al programma, introducevo il libro e prendevo a leggere le storie ad alta voce, tutta seria, con un gran senso del dovere, ma anche con piacere immenso. E poi mi riascoltavo. Per convincermi che, sì, anche io, alla fine, una voce ce l’avevo.

Era quella, la mia cura. Lì, in quello spazio solo mio, assieme al mio libro, non avevo paura a tirar fuori la voce. A esprimermi. Non mi sentivo troppo alta, troppo in vista, troppo timida. Lì ero esattamente io, esattamente dove volevo essere, dentro un mondo per me speciale, fatto di lettere che si combinavano in parole, e parole che si combinavano in frasi, e frasi che si combinavano in storie. Il che mi sembrava una magia bellissima. Ancora non sapevo, che stava nascendo il mio amore per le lingue, per le parole.

A vederla, adesso, è ancora piuttosto alta per la media, ma non le fa né caldo né freddo.

Una certa timidezza rimane, ma è soffusa, non ostacola, le dà l’adrenalina che serve.

La voce ora la usa parecchio, perché fa l’insegnante. Di lingue, poi.

La voce è il cuore del suo lavoro. Con la voce insegna, con la voce i suoi studenti imparano.

La vita è fonte di cambiamento. L’avrebbe detto, da bambina, che un giorno la voce le sarebbe uscita tutta?

Le paure sanno evolversi, superarsi. Anche le paure, a lasciarle agire fino in fondo, sanno farsi dono.

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