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A volte ritornano

"La provincia te la porti dentro, è come una lezione", Tiziano Ferro nel documentario "Ferro"

Ci sono persone che partono.

Lasciano tutto: la casa, la famiglia d’origine, una vita fatta di cose note e certe, volti che si conoscono nei dettagli, stampati nella mente, luoghi che si traversano a occhi chiusi, stampati nei piedi.

Partono per vari motivi: la curiosità, il desiderio di scoprire e sperimentare qualcosa di nuovo, di mettersi alla prova. Oppure per noia, quella che si può provare in un paesino di provincia, dove non capita mai niente di nuovo.

Solo che a un certo punto, alcuni, smettono di fare quelli che sono partiti – e ritornano.

Per vari motivi, ancora: nuovi progetti di vita, nuovi lavori, nuovi sogni e amori, o semplicemente nostalgia. Per recuperare le famose radici. O semplicemente per starsene con sé stessi – quel sé stessi del prima-della-fuga.

Mi viene in mente la storia di Tommaso Melilli, che nel suo libro, I conti con l’oste, racconta l’esperienza di fuga dalla Bassa padana, o meglio, dalla noia e solitudine della provincia (“Ho lasciato dieci anni fa la provincia in cui sono nato e cresciuto, perché la trovavo noiosa”, scrive), verso Parigi, dove immaginava di fare “le cose che – di solito – fanno tutti quelli che vanno a vivere a Parigi da ragazzi: leggere tanti libri complicati, incontrare altre persone che leggono libri complicati e passare il resto delle notti della mia vita seduto ai tavolini dei bistrot a parlare con quelle persone, non guadagnare quasi nulla e, accidentalmente, salvare il mondo”. E dove finisce, invece, per fare il cuoco. Anzi, un appagato chef di bistrot, come si definisce lui.

Ma quel che mi colpisce, di Melilli, è quel che avviene dopo 10 anni parigini: la decisione di tornare in Italia. Che coincide con un progetto piuttosto singolare: cercare lavoro, per periodi determinati, in una serie di osterie in giro per l’Italia, per narrarle con occhio interno. Per narrare, in realtà, l’Italia, provare a capirla, come confessa Melilli in una intervita su Elle: “Non dovevo tornare indietro, ma partire per un viaggio: capire cos’era il mio Paese”.

Io ho vissuto 10 mesi a Dallas. Che però, data l’intensità con cui li ho vissuti, in un momento di crisi di vita, mi sono parsi 10 anni. Ero fuggita da Padova, dove vivevo da un anno, un anno piuttosto difficile, da vari punti di vista. Non ero riuscita a integrarmi, a sentirmi parte della città, pienamente accolta. In un anno, non ero riuscita a conoscere quasi nessuno.

A volte ritornano

Lasciare temporaneamente Padova, per andarmene a fare ricerca a Dallas, da dottoranda, era molto più di una ricerca – era una via d’uscita da una condizione che mi sentivo stretta attorno. Certo, Dallas non era la Parigi di Melilli, ma poteva rivelarsi un posto interessante – nella mia mente ricolma di immagini stereotipate. Soprattutto, era un luogo lontano.

Distante abbastanza da costringermi quasi a una “rinascita”. Ricordo la confusione che ho provato in quei 10 mesi americani, spalmati su due anni, tra il 2009 e il 2011.

Partire dall’Italia, ripartire da Dallas, vivere un po’ di qua e un po’ di là, tra due continenti, nel giro di due anni, mi aveva fatto perdere un po’ il baricentro. Anche perché, a Dallas io ci stavo bene. Da zero amicizie a Padova in un anno, ero passata a un gruppo numeroso di amici da tutto il mondo in pochi mesi, un contesto internazionale che mi dava respiro.

Stavo bene lì, in generale, ma non riuscivo a capire cosa volessi davvero: tornare in Italia? Restare negli Stati Uniti? Mi sentivo smarrita. Dov’erano, le mie radici? Non le riconoscevo più, mi sentivo lontana anni luce dall’Italia, dall’italiano (avevo preso a scrivere, in una notte di jet lag, poesie in inglese, e mi rifiutavo di parlare in italiano con i connazionali che casualmente incontravo, fingendomi americana).

Lo spartiacque è stato l’incontro con una astrologa vedica americana, che, dopo avermi letto la carta natale, mi ha detto questo: “le tue radici non sono in una casa, un’auto, un lavoro fisso, come per altri. Le tue radici, sono nelle cose che ami, che sono immateriali: la letteratura, le storie, la scrittura, che viaggiano sempre con te. Che puoi portarti ovunque”.

Quell’astrologa mi ha vista una sola volta nella vita.

La frase di quell’astrologa mi ha cambiato la vita.

Ricordo che è cambiato anche il mio atteggiamento verso l’Italia – facendosi più morbido. La mia difficoltà a rientrare a Padova  – inevitabile poiché dovevo discutere la tesi di dottorato – si è fatta accettazione. In Italia ci sarei dovuta restare solo qualche settimana, per poi tornare a Dallas. A Dallas non sono più riuscita a tornarci, Ma ora lo sapevo: ovunque mi fossi trovata, le mie radici, le avrei avute sempre con me.

Quel che sono riuscita a fare, negli anni a venire, è stato prendermi cura del mio rapporto con l’Italia, con la lingua italiana, con la mia cultura. Fino a tornare ad amare l’Italia. A guardarla con occhi diversi, nuovi. Riscoprirmi, in questa Italia “ritrovata”, recuperare la mia italianità, la mia storia.

Sono tornata anch’io, un po’ come Melilli, per guardare – e narrare – la “mia” Italia da dentro. Per affrontarla (e amarla) a viso aperto, sincero.

Come conclude Melilli nella sua intervista ad Elle, questo racconto che facciamo, della nostra Italia, non sa di nostalgia, ma “è quello che ti aspetta quando fuggi: dover fare i conti con il tuo passato”.

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