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I miei piccoli (grandi) maestri

Haiku del mese

Va’

dove ti porta

la passione.

Sono figlia di commercianti. Che prima di diventarlo non avevano grandi mezzi, e non hanno potuto studiare granché.

Sono figlia di un padre che ha frequentato le scuole serali, mentre lavorava come magazziniere per guadagnarsi da vivere.

Sono figlia di una madre che sognava di fare la maestra d’asilo, il cui padre diceva: “macché maestra, al massimo puoi fare un corso di dattilografia”.

Sono figlia di una madre che a metà anni ’70, quando sono nata io, nella libreria di casa teneva i libri di Oriana Fallaci, Elsa Morante e Sibilla Aleramo (tra le altre).

Sono figlia di un padre che non ha mai fatto mancare in casa due quotidiani: uno nazionale e uno locale, che ci esortava a leggere dopo pranzo.

Sono figlia di genitori che non riescono a fare a meno di leggere due quotidiani al giorno e pagine su pagine di romanzi e saggi. In casa si respirava odore di carta. Era normale, che ci fossero libri e giornali accumulati ovunque.

Da ragazzina, mio papà mi chiedeva di dare una mano in negozio il sabato pomeriggio. Di aiutare a ripiegare i capi di abbigliamento che lui sparpagliava in giro dopo averli mostrati ai clienti. Che poi finivano per fare richieste sui vestiti pure a me.

Ma io – ti ricordi nei miei post precedenti? –, io ero la bambina senza voce e piena di vergogna.

Ero la bambina timida, con gli occhiali e l’apparecchio ai denti.

Ero la bambina che si chiudeva in camera con le matite o in salotto con la macchina da scrivere.

Ero la bambina che si divertiva a leggere storie ad alta voce ad un pubblico immaginario.

Ero la bambina che si perdeva dentro le storie degli albi illustrati e dei romanzi per la sua età.

Io non ero quella che riusciva a vendere un paio di jeans o una camicia.

Mio papà sognava che portassi avanti il negozio (assieme alle sorelle), ma gli rispondevo puntualmente che io avrei potuto vendere soltanto cultura.

Mi rendo conto oggi, che i miei genitori sono stati i miei piccoli (grandi) maestri, un esempio per me: pur non avendo fatto grandi studi, hanno saputo riempire casa di cultura, che io respiravo felice. Ed hanno accettato, alla fine, che io non portassi avanti il negozio, lasciandomi libera di portare avanti il mio desiderio di “vendere cultura”, grazie al quale sono diventata quel che sono: una che insegna, e una che scrive.

 

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