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Scritto sul corpo

Haiku del mese

A volte

il suo corpo

non rispondeva al suo nome.

Da Sofia ha gli occhi

A 9 anni volevo fare l’insegnante di danza classica.

A 13 anni sono diventata alta 1 metro e 80, e la danza classica l’ho dovuta lasciare.

Ho deciso di iscrivermi a danza classica quando ho scoperto che a Marostica non c’erano corsi per imparare a suonare l’arpa.

Sì, perché a 9 anni, complice qualche concerto alla TV dove spuntava un’arpa, così imponente ed elegante, dalle cui corde usciva un suono così melodioso, mi ero messa in testa che pure io volevo suonare l’arpa. Così un giorno mio papà mi ha accompagnata all’oratorio, ci siamo informati per bene, ma all’oratorio, per il momento, tenevano soltanto corsi di danza classica. E allora, perché non provare?

L’incontro con la danza classica è stato dirompente. Mi rivedo ritratta in una foto a Natale, con il libro a cura di Liliana Cosi, Sarò ballerina, tra le braccia, come un bimbo da cullare. Non che fossi chissà che talento, ma nella danza, trovavo quello spazio ordinato di cui sentivo forte il bisogno.

Dentro di me bambina ci stava un bel miscuglio caotico: idee, pensieri, sensazioni, emozioni di ogni tipo, una accanto all’altra. Che spesso non sapevo gestire.

Per cui, stare dentro i passi di danza ben strutturati e precisi, mi dava un senso di armonia, di ordine generale. Mi riordinava non solo i gesti e i movimenti, ma anche le emozioni, i pensieri.

Dunque ero piuttosto convinta: sarei diventata, non solo ballerina, ma insegnante di danza. Solo che non avevo fatto i conti con il mio corpo in crescita: dopo anni di danza, a 13 anni mi ritrovavo un corpo in piena trasformazione, due gambe e due braccia che si stavano allungando a dismisura. E una ballerina di danza classica, si sa, è bene che non sia troppo alta.

D’un tratto, lo spazio attorno non era più mio alleato: era un nemico da temere, che mi faceva i trabocchetti, facendomi urtare puntualmente con quelle braccia lunghe contro oggetti fragili, che facevo crollare rumorosamente a terra – assieme a tutti i miei sogni. Così, complice un fisico che non mi seguiva più, un corpo che diventava una zavorra, invece di una piuma da far volteggiare, la danza l’ho lasciata – per sempre.

Non posso dire che sia stato un male, però.

Forse, scritta sul corpo per me c’era una storia differente. Perché, a dire il vero, in quegli stessi anni di danza, stava sbocciando un altro amore, sui banchi di scuola: quello per la lingua inglese. Non riuscendo più a esprimermi con il corpo, con i movimenti rigorosi della danza, inconsciamente sperimentavo nuovi modi per farlo: non più nello spazio di una sala o di un palcoscenico, ma nello spazio – anche quello ben preciso e delimitato – di un foglio. Un foglio da leggere, o su cui scrivere – in inglese.

L’inglese è stato un incontro felice e intenso, da subito: il senso di ordine che mi dava la danza, l’ho ritrovato nell’inglese, una lingua molto strutturata e ben organizzata, che pone dei limiti nel modo di combinare le parole tra loro. Una lingua che alle mie orecchie possedeva un ritmo equilibrato, per via dell’ordine fisso degli elementi della frase: prima il soggetto, poi il verbo, e a seguire i complementi. Un ordine da prendere o lasciare, come a dire: “chi mi ama, mi segua così come sono!”

Incito spesso i miei studenti, oggi che quella lingua la insegno, ad ascoltarne il respiro, il ritmo, ta-ta-ta, quasi una danza in tre tempi, soggetto-verbo-complemento. Impossibile sbagliarsi!

Alla fine, questo cambiamento nel corpo, nei miei interessi e sogni, ha segnato una fase cruciale, nella mia crescita: ho capito che è importante anche solo provare a spingersi / oltre / quel che concede il passo (versi da Sofia ha gli occhi) – in ogni circostanza della vita, da piccoli e da grandi.

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