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Dire, fare… ascoltare!

Haiku del mese

Ascoltare

le cose

quando fanno silenzio.

Sentire = percepire con l’udito.

Ascoltare = prestare attenzione a ciò che si percepisce con l’udito.

In genere ascoltare implica un maggior coinvolgimento del soggetto rispetto a sentire.

Mi spiega L’Enciclopedia Treccani online.

Io per anni ho sentito, ma non ascoltato.

Sentire è naturale, fisiologico. Ascoltare richiede maggior concentrazione, è un processo più lento.

Per arrivare ad ascoltare, sono dovuta entrare nella vita con più profondità ed attenzione, consapevolezza e maturità.

Al liceo studiavo inglese, francese e tedesco, ma era l’inglese il mio amore numero 1.

Sapevo la grammatica a menadito. Quella, mi piaceva più di tutto.

Il lessico insomma, non era il mio forte, ma piano piano memorizzavo parole.

Parlare, ci provavo, oltre la mia timidezza e insicurezza di adolescente.

Il panico vero però avveniva durante le attività di ascolto in laboratorio, una volta alla settimana. Quel giorno che io temevo più di ogni altra cosa.

Dentro il laboratorio linguistico, vero lusso fine anni ’80 nei licei linguistici sperimentali come il mio, ci mettevamo tutti la nostra bella cuffia gigante, e aspettavamo che il prof avviasse gli ascolti. Quando si trattava di ripetere, frase dopo frase, tutto tranquillo, niente panico.

Il terrore arrivava quando partivano le attività  di comprensione orale in inglese: domande segnate sul libro di testo a cui rispondere dopo aver ascoltato i dialoghi che partivano con voci senza contesto e senza corpo.

Terrore puro, per me.

Non capivo nulla.

Zero.

Sentivo una stringa di suoni attaccati uno dopo l’altro, privi di significato, un flusso zeppo di mistero che non sapeva ancora trasformarsi in parole che unite tra loro creavano un significato.

Non conoscevo abbastanza parole, da riuscire a intercettarle nelle stringhe di suoni.

Non avevo fatto nessuna vera esperienza di ascolto di un dialogo del genere dal vivo.

Non riuscivo ad ascoltare davvero quel che sentivo.

Mi facevo prendere dall’ansia appena partivano quelle voci prive di corporeità, di espressioni del viso, di mani che si muovono. Del linguaggio paraverbale, di tutto quel che accompagna il linguaggio parlato e può aiutare a capirne meglio il significato – se quel linguaggio non è la tua lingua materna.

Ogni volta che il prof mi chiamava per rispondere, facevo pressoché scena muta, o balbettavo mezze risposte. Rispondeva sempre la solita compagna che aveva già trascorso varie vacanze negli Stati Uniti, aveva un accento da quasi madrelingua, parlava con estrema scioltezza e convinzione, e capiva tutto. Solo con gli anni, con il tempo, sono riuscita a capire, ad ascoltare. Memorizzando sempre più parole, e praticando l’inglese in lunghi in cui si parlava davvero.

Ci sono volute esperienze di lavoro e studio in Paesi di lingua inglese, stare per forza con chi parlava solo inglese, mettere in pratica gli anni di studio – la mia amata grammatica.

Oggi sono quell’insegnante di inglese che non fa ascoltare i dialoghi solo audio ai suoi alunni, a meno che non ci sia anche un video, un supporto visivo. Molti di loro proverebbero la mia stessa frustrazione. I dialoghi audio sono quanto di più finto esista nella realtà: avvengono solo al telefono, e richiedono abilità ben sviluppate in lingua inglese.

Oggi mi diverto a raccontare questa mia storia agli studenti, a dire: non capivo nulla guys, sentivo solo una stringa di suoni, e guardate oggi dove sono arrivata! Loro fanno fatica a crederci, si stupiscono, ma poi si animano della speranza di riuscire a imparare meglio l’inglese – nel tempo. Di farcela anche loro.

Lo studio non basta. Bisogna uscire nella realtà e prenderla di petto, affrontarla mettendosi in gioco, pronti a sbagliare, e ricominciare, ancora e poi ancora.

Adesso so ascoltare – in inglese, non solo sentire.

Poi penso che la stessa cosa accade non solo con una lingua straniera, ma un po’ in generale nella vita: più si cresce e si fanno esperienze, più si impara ad ascoltare, a prestare attenzione alle parole, alle persone, alle cose, con maggior cura e partecipazione.

Ero una giovane adolescente che sentiva, ma non ascoltava. Mi sentivo una perdente. Oggi mi viene da pensare: eh ma dai, lasciamogli tempo, a questi giovani in ascolto. Dentro e fuori dalle scuole. Certo continuiamo a sollecitarli, ma concediamo loro quel tempo (fisiologico?), quella lentezza che serve per avvicinarsi all’ascolto “vero”, quello attivo. E nel frattempo, prima di ascoltare davvero, che si divertano a “sentire” la vita con tutti i sensi ben  accesi – come sanno fare – benissimo! – loro.

E tu, vuoi hai vissuto qualche esperienza simile? Puoi condividerla qui sotto – uno spazio senza giudizio 🙂

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