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Il mio mondo salvato dai bambini

La storia di Nicki

Scrivere, per me, è sempre stata una straordinaria forma di terapia.

Non ricordo un periodo della mia vita senza in mano una penna. Ne avevo bisogno, un estremo bisogno. E ne ho ancora più bisogno oggi, che il mondo fuori sembra finito.

Son tempi difficili, si dice, tempi di riflessione, di pausa, di tentate riappacificazioni con l’interno, di brevi esplosioni di fede, di nubi addensate di coraggio. Son tempi difficili, si dice, e a me viene da chiedere quando mai sono stati facili? È da quando sono grande trenta centimetri che sento parlare di crisi e di tempi difficili

Andrà tutto bene.

Me lo ripetevo sempre, nei giorni successivi a questo 14 febbraio.

Andrà tutto bene.

Prima o poi capiranno come ti senti, non essere così triste. 

Andrà tutto bene.

Avevo appena fatto coming out.

Bisessuale, ecco che cos’ho detto di essere. Bisessuale e non binari@, perché davvero io non mi percepisco unic@ ma piuttosto un insieme di entità in contrasto. Maschile e femminile convivono e cozzano dentro di me come capre infuriate, talvolta si accarezzano, trovano il modo di guardarsi senza odio, si capiscono, si uniscono, avviene un’unione da orgasmo. Male e bene si alternano, si fondono, non esiste bianco o nero, le cose sono intrinsecamente allacciate. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde.

A noi meticci succede così. Siamo costretti a fare i conti con l’incertezza fin dalla nascita. Ci chiedono, ci chiediamo da che parte stare, Etiopia o Italia?, nel mio caso tengo onestamente per entrambe. Ho molto da imparare dalla mia storia. Non mi sentivo giust@, non mi piacevo, mi sembrava di essere in un limbo. Essere un non-essere è figo, ti permette di sorridere ai tuoi difetti accompagnandoli coi pregi di ciò che sei comunque: hai i capelli ricci che non stanno mai in posa? C’è gente che paga fior fiore di quattrini per farsi la chioma (finta) afro, tu ce l’hai naturalmente, di che ti lamenti? Dovresti solo ringraziare tuo padre!

Mio padre.

Mario.

Uomo di grande tempra. Infaticabile. Serio. A modo. Gran lavoratore. Molto umile. Testardo. Ci siamo sempre girati attorno con circospezione, io e lui, incapaci di trovare un canale di comunicazione valido che ci permettesse di evitare di scontrarci. In fondo al cuore so che mi ama immensamente, è solo che fatica a dirlo a parole, non sa esprimere ciò che vorrebbe, nessuno gliel’ha mai insegnato. Mia madre no, lei ride, scherza, chiacchiera. Non è timida, si lancia volentieri nella mischia, legge il Gazzettino e ti racconta i fatti principali. Io ascolto relativamente. Non mi piace sentire continuamente notizie, evito di conoscere a fondo le disgrazie.

Dur@, durissim@. È così che spesso mi definisco, ma sotto sotto so che non lo sono poi così tanto. Ho un cuore gigantesco, il problema è che per non darlo a vedere lo nascondo dietro metri di spine.

Eppure con i bambini ci sai proprio fare.

È vero. Io con i bambini ho un feeling pazzesco, forse perché mi piace raccontare storie, giocare con i cubi, costruire torri altissime, visitare bambole e pupazzi. Lavorare con i più piccoli è per me il miglior mestiere che potessi mai scegliere, se potessi se potrò mi piacerebbe aprire un asilo in casa.  

Di me si vede tutto, allegria, gioia, rabbia, fastidio, incertezza, antipatia, mi si stampa tutto in faccia. Ogni istante che passa sul mio corpo si imprimono schegge, lacrime, ferite, risate, carezze, schiaffi, maledizioni, baci. «Hai la pelle un po’ duretta!» mi ha detto Francesco il Tatuatore. Sì, è vero. Ho la pelle dura per proteggermi dalle insidie di fuori, peccato che il nemico più grande ce l’abbia sempre avuto dentro.

Muore del suo veleno, lo Scorpione. Così mi sussurrò una compagna di teatro esperta di astri e stelle. Muore del suo veleno, segno maledetto da sé stesso, incapace di stare alle regole, refrattario alla vita. «Il più grande nemico di uno Scorpione è sempre e comunque lo Scorpione stesso!».  

Bisogna attraversare l’oscurità più tetra per vedere la luce del mattino. Io tutto sommato sto bene, sono qui, viva. Ma gli altri? Nel mio sotterraneo egoismo vorrei dire che non mi interessano. Ed è mostruoso, questo atteggiamento, perché impedisce a me stess@ di comprendere, mi anestetizza. Già di natura sono piuttosto introversa, che cavolo succederebbe se finita questa quarantena cominciassi a disinteressarmi di chiunque mi stia a più di un metro? Ci vuole molto lavoro di scavo interiore. Ci vuole pazienza, comprensione, non bisogna puntare il dito contro nessuno, men che meno contro sé stessi.

Se c’è una cosa che ho imparato lavorando coi bambini è che nella maggior parte dei casi la loro rabbia nasce dalla paura di non essere capiti e soddisfatti nei loro bisogni primari, per gli adulti è lo stesso: se non gli si dimostra empatia cominceranno sicuramente a chiedersi come fare a ottenerla. 

Aprirsi ferite alle volte equivale a far entrare luce, come nella canzone di Irene Grandi. Grazie per avermi spezzato il cuore… l’importante è che poi lo si riaggiusti, con pazienza. E te lo insegnano sempre loro, i bambini, che di punto in bianco piangono disperati e non puoi far altro che prenderli tra le braccia. Non esiste ragione al mondo per cui un bambino dovrebbe essere lasciato solo a piangere.

Ho percorso chilometri di stanze e aule, con dei piccolini in braccio.

Mi sono riscopert@ tener@, proprio io che giuravo di non esserne assolutamente in grado.

Ho avuto modo di percepirmi donna e uomo, carezza e abbraccio, regola ferrea e gioco, non lasciarti abbattere dalle difficoltà, sei forte, devi esserlo per superare i loro drammi.

Di colpo ho capito cosa significa essere grandi per qualcuno.

Di colpo ho capito cosa significa insegnare.

Ho capito cosa significa crescere.

Ho capito cosa significa amare.

Io, che per tempo immemore non mi ero ritenut@ degna di dare e ricevere affetto, grazie a delle creature minuscole ho scoperto cosa voglia dire il calore di un’anima che ti vuole, che di te ha bisogno. 

E ora che l’infinitamente piccolo – un virus! – tiene in scacco noi finti padroni del mondo, ecco che il ricordo, il sentore di quegli abbracci, le risate piccole, le ninne nanne a mezza voce, il latte nel biberon, la sabbia magica sul pavimento, le torte fatte con il pongo, i disegni appesi al muro, quel poco che bastava per essere lieti, ecco che torna, si insinua, conduce me e la mia anima fuori, al caldo.

Pazienza se non potrò celebrare degnamente la mia uscita allo scoperto, il mio orgoglio, il mio Gay Pride.

Pazienza, pazienza.

È questa che devo imparare a trattenere dentro al mio animo.

Prima andavo sempre di fretta, mille impegni, mille lavori, era un modo per non pensare.

Ora ci penso, all’oggi.

Prima no, prima era tutto frenetico.

Bisognava fare in fretta, correre.

Bisognava dimenticare.

Mi moriva il cuore ogni giorno, a essere sinceri.

Mi moriva l’anima in un turbine, non mi ricongiungevo mai con me stess@.

Se corro forte nessuno può fermarmi.

Togliermi l’ossigeno.

Catturarmi.

Ora l’infinitamente piccolo mi ha costretto alla resa. Ho dovuto arenarmi.

Starò dentro di me tutto il tempo necessario.

Misurerò le distanza fra gli organi, soppeserò i ricordi e li porterò in offerta al cuore.

Tornerò a risplendere dopo il tramonto.

Arriverà l’alba dopo la buia notte.

Arriverò alla fine e finalmente potrò rivedermi.

Ritrovarmi.

Riavermi.

Abbracciarmi.   

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