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Prova a prendermi

... perché si fuggono già tante, troppe cose. [...] Io credo di non doverlo lasciare andare, di dovermi inoltrare in questa specie di notte incognita. Inseguo lui perché lui ha scelto deliberatamente di fuggire. Benché non ci sia della grazia ma della matta devozione, nella sua fuga. Tratto da "Grande Karma"

“Carlo Coccioli, chi scusa??” è stato sostituito da “Carlo Coccioli, come no!!”

Perché da quando è uscito i primi di luglio 2020 Grande Karma. Vite di Carlo Coccioli, scritto da Alessandro Raveggi per Bompiani, se ne è parlato parecchio, del libro e di Coccioli – su Il Foglio, Il Riformista, Linus, Avvenire, su Huffingtpon Post, la Lettura de Il Corriere della Sera, tanto per citarne alcuni.

Così Biocaffeina, che ama raccontare e diffondere piccoli grandi eventi che accadono intorno, si è fatta incuriosire dall’uscita del romanzo. E con l’intento di scovare quel che sta, appunto, intorno a Grande Karma (quel che sta dentro, lo si scopre leggendolo, naturalmente), ha proposto a Raveggi una intervista indagatrice del “contorno” dell’opera.

Prima dell’intervista, giusto due parole: Raveggi ha dato vita a un romanzo in cui un ricercatore universitario, Enrico Capponi, viene spedito alla scoperta del poco noto autore novecentesco Carlo Coccioli, in un viaggio che lo porta a ripercorrere le città (e non solo) di Coccioli, da Città del Messico a Parigi, in un gioco di specchi in cui la partenza di Enrico si fa quasi una fuga “alla Coccioli”. 

Krande Karma di Alessandro Raveggi (Bompiani)

Ecco l’intervista biocaffeinata, con le domande in neretto e le risposte di Raveggi in corsivo.

C’era una volta Carlo Coccioli, una vera e propria macchina letteraria che ti porta a scegliere la fuga, le sabbie mobili.

C’era una volta Alessandro Raveggi, che un giorno si trovava a Città del Messico attorno al 2011 e venne provocato da un libraio messicano “Ma lei lo conosce Carlo Coccioli?” E da lì è nato tutto.

Un’autrice che amo molto, Anais Nïn, trascorse l’infanzia tra Cuba e la Spagna, visse 16 anni a Parigi (dove scrisse in francese), per poi trasferirsi negli Stati Uniti (dove scrisse in inglese). Si definiva una “escapist”, quella che fugge. È un sentire che potrebbe appartenere anche a Carlo Coccioli?

Assolutamente sì. Coccioli è uno scrittore che migra. “L’anima è un uccello migratore” e potrei aggiungere trasmigratore, visto che lui credeva nel karma. Dalla Libia dell’infanzia, alla lotta partigiana, alla prima fuga (con relativo successo) a Parigi fino alla residenza di Città del Messico. Tutte fughe spirituali, tutte ennesime reincarnazioni.

Carlo Coccioli stava dentro più lingue/culture: come viveva la cosa? Come l’ha espressa nelle sue opere?

Anche lì, migrava dall’italiano al francese, dal francese allo spagnolo. A volte azzardando pure romanzi multilingue o “forzando” il proprio italiano, elegante e decadente, sotto gli influssi del francese e dello spagnolo. Scrisse pure direttamente in francese e spagnolo, romanzi e libri che non sono mai arrivati in italiano da noi.

Alessandro Raveggi sta dentro più lingue/culture: italiana (toscana), inglese (il lavoro all’università americana), spagnola (le ricerche in Messico): quanto Carlo Coccioli c’è in Alessandro Raveggi?

Ci sono delle affinità, ci sono delle divergenze. Forse non ci saremmo nemmeno piaciuti. Certo mi attrae la sua dimensione multilinguistica, per me un azzardo del romanzo di questi anni e sulla quale vorrei continuare a lavorare in futuro.

Quanto è importante avere una identità “unica”, ben definita, oggi? 

Non nego che esistano radici, e che debbano essere forti. Gli alberi, in questo, ci aiutano: anch’essi, nonostante le radici fortissime, migrano, si adattano, creano un linguaggio attraverso le loro canopie. E le stesse radici comunicano tra loro attraverso i miceli. L’identità è forse quello: una comunicazione sotterranea e una comunicazione elevata. Che prevede morti, sacrifici, mutazioni personali e provvisorie.

Quale è, questo Grande Karma del titolo?

Il Grande karma è un libro realmente esistito, almeno come manoscritto. Ma un manoscritto introvabile. Un progetto di scrittura che Coccioli dichiarò più volte di star scrivendo. 

Quanto abbiamo bisogno di conoscerlo, il nostro karma? Coccioli era consapevole del suo, o cavalcava semplicemente l’onda?

Uh! Per lui il karma è la consapevolezza che ogni mutamento è difficile, tragico – la dottrina del karma è terribile, se ci pensiamo – e che raggiungere un vero e proprio nirvana sarà dura proprio perché il nirvana è un vuoto.

Perché Coccioli viene definito “un personaggio irregolare”? Rispetto a quale “regolarità”?

Irregolare rispetto alle tre grandi religioni, irregolari rispetto alla sessualità imperante nell’Italia del Novecento, irregolare rispetto alle appartenenze letterarie. Non un irregolare nel quotidiano, non un “ribelle” appariscente.

Quali sono le tematiche portanti dei suoi libri?

Il travaglio spirituale degli omosessuali, quello religioso dell’uomo in generale, la meraviglia nei confronti del Creato inteso come Amore assoluto, il dissidio di uomini in fuga, il confronto fra le passioni individuali e a legge di una nazione o di una civiltà. Poi ovviamente c’è del romanzesco in lui, romanzesco spicciolo (spostamenti, viaggi, mutazioni, relazioni, storie) ma è una narrativa di grandissime domande ultime o a volte chissà un po’ sciocche.

I libri di Coccioli sono delle memorie? Dunque narra di sé e della sua vita, in prima persona?

No, gioca con la propria vita, trasfigurandosi in tantissimi personaggi diversi. Ha scritto anche diari molto belli, come il Journal francese o anche Piccolo karma.

Come ti sei avvicinato alla scrittura biografica? Perché ti interessa?

Raccontare una vita, come ad esempio fa anche l’ultimo di Walter Siti o anche Trevi, è per il romanzo contemporaneo una via di contrasto alla prevedibilità della fiction. Per me poi il romanzo biografico è documentario: tratto la vita come un catalogo impazzito di lacerti dispersi da raccogliere, un mosaico.

Uno nessuno centomila: è questo il senso della immagine di copertina?

La copertina del libro secondo me è perfetta. Tre uomini, che sono uno, che ballano o fuggono chissà, che guardano avanti ma che tendono una mano all’indietro, per proteggersi o proteggere qualcuno. Questo è Carlo Coccioli.

Se fosse un colore, il tuo libro sarebbe di colore: rosso come la quarta dell’edizione Bompiani.

Se fosse un proverbio toscano, sarebbe: “Chi guarda ad ogni nuvolo, non fa mai viaggio.”

Puoi definire brevemente lo stile di Coccioli, la sua scrittura?

Un decadentismo cosmopolita che ricorda Malaparte e Mann assieme.

Perché leggere questo libro?

Beh, in fondo, per rinnovare il patto di venerazione con la letteratura. Non la mia, ovvio. Ma quella in generale. È un romanzo che nasce dalla lettura prima che dalla scrittura.

Alessandro Raveggi, lo trovi qui:

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