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L’italiano non è la mia lingua materna

Haiku del mese

Una

nessuna

e tante lingue.

Sono dialettofona.

Oddio che roba è, ma si guarisce?? – verrebbe quasi da chiedersi.

Volevo solo dire che la mia lingua materna è il dialetto. Non è l’italiano.

Questa cosa l’ho capita piuttosto tardi, all’università, quando ho incontrato una materia come la sociolinguistica. Che ti fa capire, tra le altre cose, in che rapporto stai con le lingue che conosci. Dunque:

io e l’inglese: lingua straniera.

Io e l’italiano: lingua seconda.

Io e il dialetto: lingua materna.

La lingua materna è la prima lingua a cui veniamo esposti, oralmente, nell’ambiente familiare in cui nasciamo e cresciamo. La primissima lingua che impariamo a comprendere, quando ci parlano. La lingua in cui impariamo a emettere le prime parole, a pronunciare frasi, a parlare, a comunicare insomma.

Per me è il dialetto veneto, o meglio, il dialetto che si parla a Marostica. Era del tutto naturale, da piccina, ascoltare i miei genitori parlare e parlarmi in dialetto. E al tempo stesso, parlare il dialetto in casa, coi nonni, con i parenti e i cugini. Lo era meno, parlarlo a scuola. La scuola la vivevo come il luogo dell’italiano per eccellenza. Non solo dove lo parlavo, ma dove imparavo a leggerlo e scriverlo (il dialetto veneto non esiste per iscritto, perlomeno non ufficialmente). L’italiano era insomma la mia seconda lingua, appresa in un secondo momento rispetto a quella materna. Che poi mi piaceva un sacco, questo italiano che stavo imparando. La scuola era il tempio sacro dell’italiano, soprattutto scritto, e non volevo “mescolarlo” con la lingua orale dell’intimità, della famiglia, degli affetti, che, per me, andava parlata solo nel focolare domestico.

Dunque a scuola ero un’altra persona: quella che si esprimeva solo in italiano. Per cui, ai compagni e alle compagne che mi si rivolgevano in dialetto, io rispondevo puntualmente in italiano. Tanto da venire a volte canzonata, per questo (quasi fossi una “piccola snob” che si rifiutava di usare il dialetto). Anche se le cose non stavano proprio così: il dialetto riuscivo a usarlo solo con i legami stretti di casa. Parlarlo coi compagni e le compagne, così come alle poste o al negozio di alimentari vicino casa, mi faceva sentire “strana”. Troppo allo scoperto. Come se mi mettessi a nudo, diventando vulnerabile. Non era una sensazione piacevole, per me all’epoca, e non lo è neppure oggi. Inoltre, parlare in italiano, specie con chi non conoscevo bene, mi pareva una questione di rispetto. Forse anche un modo per mantenere la giusta distanza (un po’ come usare la forma di cortesia, il famoso “Lei”).

Credo, per certi versi, di aver fatto dell’italiano la mia lingua elettiva. Una lingua scelta come lingua che mi identifica, un po’ come fa Elias Canetti con il tedesco, legame che racconta nel romanzo autobiografico La lingua salvata. Canetti è un poliglotta: conosce lo spagnolo (che usa con i familiari), il bulgaro (con le balie che si occupano di lui), l’ebraico (con la comunità ebraica). E a 8 anni si mette a imparare il tedesco, la lingua che parlano tra loro i suoi genitori, inaccessibile a lui. Un codice d’amore segreto. Ma anche lingua di cultura, della letteratura, del teatro, che la mamma gli insegna con letture ad alta voce. È la lingua che Canetti-adulto sceglierà per scrivere i suoi romanzi: lingua eletta per la scrittura.

Sapere esattamente in quale momento o con chi usare una certa lingua, aiuta Canetti  a fare ordine nel suo mondo, che lo vede nascere in Bulgaria da genitori ebrei di origine spagnola, e viaggiare e vivere all’estero in vari luoghi (tra cui Inghilterra, Austria, Germania, Svizzera). A crescere, dunque, sentendo parlare varie lingue attorno a sé. Anche nel mio piccolo, di mondo, sapere esattamente quando usare l’italiano, e quando il dialetto, mi dava (e dà) ordine. Creava abitudini, regole, piccole certezze  – e si sa quanto queste siano importanti, per una bimba che cresce.

L’italiano oggi è la mia lingua d’uso predominante – e unica, perlomeno a Firenze dove vivo. Ma rimangono altre lingue, vive in determinati contesti: l’inglese, il francese o l’italiano lingua seconda quando li insegno a scuola (perché poi sono diventata insegnante di lingue!). E il dialetto con la famiglia e i parenti, quando torno in Veneto, o ci parlo a distanza. Mi sento fortunata, oggi, ad essere cresciuta tra dialetto e italiano. Una ricchezza – da tanti punti di vista –  che mi caratterizza e che custodisco con cura.

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