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DAD un anno dopo: Dove Andremo Domani?

Una scuola che responsabilizza i ragazzi non usa il tempo, ma il cervello, la qualità, e non la quantità. - Riccardo Pimpini

Il 5 marzo 2020 gli insegnanti (come me) hanno smesso di andare a scuola – fisicamente.

A scuola, io personalmente ci sono tornata, dal vivo, il 28 settembre 2020. Ma dal 5 marzo al 31 agosto 2020, non ho mai smesso di insegnare – con la famosa Didattica A Distanza. La DAD, o DID, o quel che è, a mio parere di insegnante, non è scuola, ma ci ha dato una mano a portarla avanti, la scuola – in qualche modo.

Un anno dopo, il 5 marzo 2021, non ne so molto più di un anno fa: durante la formazione sulla DAD, ho imparato più che altro quali programmi o software accessibili sfruttare per la mia materia, ma mai che si sia parlato di un progetto didattico, educativo e pedagogico di fondo, sulla DAD, da cui partire, di principi didattico-educativi trasversali alle discipline. Voglio sperare che questi principi, li stia indagando qualche ricercatore dentro qualche università del mondo – perché è questo che fa la ricerca, giusto? –, per quanto io mi sia ritrovata a ricavarmeli da sola, grazie alla mia esperienza sul campo – o sullo schermo, per meglio dire.

Chi mi conosce, sa che non sono granché digitale, quando insegno: preferisco stare dentro un’aula, vicino alle persone che imparano. La consapevolezza che ho, però, giorno dopo giorno, è che indietro non si torna. La mia domanda allora diventa: cosa ne sarà della scuola di oggi, e, doprattutto, di domani, DAD come acronimo di: Dove Andremo Domani?

Che poi domani, è già oggi. Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione. Ne discuto con Riccardo Pimpini, che di informatica se ne intende, dato che insegnarla è il suo mestiere.

Riccardo, che più che di DAD, parla di FAD, Formazione A Distanza, è convinto che questa metodologia “permetta una maggiore presenza della formazione sul territorio e nelle scuole, fornendo un supporto molto importante all’insegnamento.”

Secondo Riccardo, “il vero problema non risiede nella concezione di fondo della DAD/FAD, ma nella struttura logistica che dovrebbe supportarla: mancano gli strumenti, l’accesso sicuro e veloce ad internet ad un costo contenuto o nullo, gli strumenti informatici adatti a studenti ed insegnanti, una formazione di base per tutti. Manca una cultura della FAD.”

In effetti, la sensazione che provo io in DAD, è di non sapere bene da dove cominciare, dove andare a parare, cosa aspettarmi dall’altra parte dello schermo. Riccardo mi viene in soccorso con un ragionamento ad ampio respiro: “oggi tutti i materiali, programmi e metodologie sono ottimizzati per una formazione in presenza, ma non lo sono per una FAD. Occorre concepire ed utilizzare un nuovo paradigma formativo, ed ottimizzare i materiali, i tempi e le metodologie per questa nuova modalità.”

Che ha dei punti a suo favore, sostiene Riccardo, “per gli studenti, una maggiore autonomia e responsabilità nello svolgere i compiti e gli esercizi, una maggiore capacità di auto-apprendimento sul materiale fornito dall’insegnante, ed una maggiore attenzione emotiva e di interesse verso ciò che dice l’insegnante a distanza.” Il che non è poco – penso io, anche se gli apprendenti del giorno d’oggi vanno comunque guidati, nel diventare più consapevoli e responsabili del proprio processo di apprendimento.

Uno spunto di riflessione interessante, Riccardo lo solleva con la citazione di un imprenditore indo-americano, Naval Ravikant: “Guadagna con il tuo cervello, non con il tuo tempo.” Che si riferisce al mondo del business, ma, se applicata alla scuola e al processo di istruzione ed educazione, funziona lo stesso: “per imparare, non conta tanto il numero di ore, quanto far lavorare il cervello, stimolarlo, dargli informazioni, sistemi, metodi, la cultura per apprendere e su cui ragionare”, osserva Riccardo. 

Una scuola per progetti – e non per programmazioni?, propongo io. Si potrebbe sperimentare a partire dalle scuole superiori, un po’ come stanno facendo le aziende con lo smart working: incentivano i dipendenti a lavorare su progetti, che possono essere gestiti con maggiore autonomia e flessibilità, invece che secondo le canoniche 8 ore di ufficio.

Una scuola distribuita sul territorio“, suggerisce invece Riccardo quando gli racconto del progetto che stanno sperimentando a Milano, denominato “near working”, dove le aziende mettono a disposizione dei dipendenti degli spazi di co-working vicino casa, in modo che non siano costretti a lavorare o solo da casa, o solo in azienda, che magari si trova lontano da casa. Per la scuola, si potrebbe fare una cosa simile, riflette Riccardo: “spazi disponibili sul territorio, trasformati in aule per i ragazzi che ci vivono vicino. Ragazzi di classi diverse che si ritrovano a fare scuola assieme, seguendo dei progetti assegnati dai docenti, con i docenti che fanno supervisione”.

Dunque giorni in aule di “co-schooling” vicino casa, alternati a giorni in presenza nelle scuole vere e proprie, in cui presentare e discutere i progetti su cui si è lavorato, anche attraverso le tecnologie (il senso della DAD?). Una scuola rivoluzionaria, una scuola possibile?

Abbiamo delle idee, io e Riccardo, (forse troppo) all’avanguardia – ma ce le abbiamo – e, come sottolinea lui, “sarebbe una forma di scuola ibrida che potrebbe risolvere vari problemi: permetterebbe ai ragazzi di uscire di casa senza andare troppo lontano, di socializzare e stare con altre persone, di avere una connessione internet garantita, di alleggerire le classi sovraffollate”.

Una soluzione “di passaggio”, non definitiva, un po’ come si era pensato per l’auto elettrica, ricorda Riccardo: “in ogni cambio di paradigma sociale, economico e tecnologico, c’è sempre stato un passaggio intermedio, socialmente e culturalmente accettato come ‘la soluzione temporanea’, in attesa del nuovo paradigma. Nel caso della tecnologia, l’esempio dell’auto elettrica ne è la massima espressione. Oggi accettiamo la presenza, i pregi ed i difetti delle auto ibride come soluzione temporanea, nell’attesa che la scienza e la tecnologia possano rendere effettivamente convenienti e utilizzabili le auto completamente elettriche.”

Allo stesso modo, “oggi stiamo vivendo l’era dell’ibrido formativo utilizzando una tecnologia ed una cultura vecchia e non ottimizzata, spaventati dall’emergenza, e incapaci di rispondere velocemente al cambiamento in atto”, commenta Riccardo. L’augurio finale è che “sia la parte ibrida che la soluzione definitiva possano essere elaborate nel migliore dei modi per poter offrire un accesso alla formazione ed alla cultura in maniera semplice, economica e soprattutto, universale.”

Dove Andremo Domani ancora non è cosa certa – ma è certo che, comunque vada, ognuno degli insegnanti e degli studenti di oggi sta contribuendo a costruire un pezzettino di Storia, dentro la scuola, come meglio può.

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