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Tu chiamale se vuoi, emozioni

Di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda. Calvino

Un senso di vuoto.

Appoggio lo sguardo attorno a me, nello spazio che mi ha fatto da casa negli ultimi due anni – e lo vedo, quel vuoto, nelle pareti spoglie, negli armadietti svuotati, nell’armadio liberato.

Ho perso il conto dei miei traslochi (più di 20?), forse perché il conto non mi serve a niente, spostarmi di luogo in luogo, ciclicamente, è il mio modo di vivere, e basta. L’ho cercato? Non credo, è arrivato, io l’ho accolto, mi è piaciuto, l’ho seguito. Mi sono inseguita – per trovarmi.  

Un giorno, quando vivevo a Dallas, scherzando (ma neanche tanto), i miei amici hanno commentato così la mia confusione sul dove andare a vivere – Dallas? Venezia? Altrove?

“Forse tu sei fatta per una vita nomade”.

Ricordo di essermi meravigliata, prima e di essere scoppiata a ridere poi. Ma no, cosa stavano mai dicendo? Era vero, vivevo a Dallas da 10 mesi e non avevo voglia di tornarmene in Italia. Una casa al momento, in Italia, non ce l’avevo: avevo lasciato Venezia dopo 10 anni, Mestre dopo 6 e Padova dopo uno. In quel momento, casa era Dallas, con il mio gruppo di oltre 30 amici expat da tutto il mondo, Europa e Asia. Eppure, non sono rimasta a vivere neppure lì. Forse, i miei amici avevano ragione.

Me ne vado da Milano, una città che ho scelto. Ho scelto Milano 3 anni fa, volevo sperimentare la vita nella metropoli italiana. Nella città in cui tutto inizia, dove l’innovazione incontra l’italianità. Volevo stare dove sta la cultura, dove si muove dinamica e cresce, dove stanno i libri, le librerie, le case editrici, le biblioteche. In questi anni ho partecipato a moltissimi eventi culturali e letterari – a Milano i festival di ogni tipo e gli incontri con gli autori non mancano. Appena arrivata, con il desiderio di non perdermi nulla, inseguivo i miei autori preferiti da una libreria a nord a una a sud – nello stesso giorno. Una follia, una stanchezza immane – eppure era quello che volevo, in quel momento. Ho preso di Milano tutto quello che mi interessava, stupiva, affascinava.

E adesso sento lo smarrimento delle valigie, delle sacche e dei borsoni straripanti delle mie cose. Sento la nostalgia di una città in cui ancora vivo, per qualche giorno, ma che è già lontana nel pensiero, un’altra città del mio cuore, passata, che ho sperimentato con curiosità e passione. Una città conclusa.

Sento anche una malinconia, una tristezza, lieve, delle cose che stanno per finire. E l’incertezza, il timore di quel che verrà – che ancora non è certo e chiaro, perché nella mente, perché non vissuto ma atteso.

Sento un senso di stupore e curiosità per quel che sarà, la gratitudine per avere la possibilità della scelta – e per la mia libertà, conquistata con tenacia negli ultimi anni.

Sento un groviglio di emozioni contrastanti. Ma non mi faccio più travolgere. La mia formazione come coach strategica, secondo le teorie della scuola di Arezzo di Giorgio Nardone, mi ha insegnato che le emozioni non sono né positive né negative, ma semplici adattamenti “primitivi” agli stimoli interni ed esterni. Per questo motivo, non vanno represse o controllate (“Non devi essere triste!” detto a una persona, non ha alcun senso), e nemmeno spiegate, ma “cavalcate” e “orientate” verso un fine positivo, perché diventino nostre “alleate” e risorse preziose.

In che modo, allora, il mio smarrimento, la mia tristezza, la malinconia, possono tornarmi “utili”?

Lo smarrimento provoca paura: cosa succederà, adesso che lascio Milano? Eppure, diventa risorsa nel momento in cui trasforma questo timore in un catalizzatore per il cambiamento. Ho paura del nuovo? L’unico modo per superare questa paura, è – paradossalmente – viverla! Le vado incontro, alla mia paura: lascio Milano e mi tuffo nella paura-novità di un nuovo luogo in cui vivere, mi butto a capofitto nella mia nuova scoperta, la esploro. Grazie alla mia paura, io affronto il cambiamento.

La tristezza mi permette di riflettere su quello che sto lasciando a Milano , elaborare questo “dolore” e capire di cosa ho bisogno “adesso”, ri-orientare le mie priorità: nella nuova città che mi accoglierà, voglio mettere a disposizione le mie energie per esplorare i dintorni, incontrare persone, vivere nuove possibilità professionali. Cambiare città, non significa perdere o rinunciare a nulla, ma viverlo in modo diverso, con tempi e ritmi diversi (una città più piccola con ritmi più lenti e “umani”, quel di cui ora ho bisogno).

La malinconia che provo mi dà modo di stare un po’ con me stessa, capire meglio i miei pensieri e sentimenti, in sostanza, stabilire una relazione più consapevole con me. Mi serve per ri-ordinare i miei molti pensieri, su tanti aspetti della mia vita, conoscere meglio le priorità che ho in questo periodo (desiderio e necessità fisica e psico-emotiva di vivere vicino all’acqua!).

Allora, mi sento “felice” di sentirmi smarrita, triste, malinconica. Faccio spazio a ogni singola emozione, lascio che mi attraversi il corpo il cuore l’anima la mente il cervello, che si prenda tutto di me, che mi scrolli di qua e di là, per poi andarsene per la sua strada – così come se ne è arrivata – e io riprendere la mia, di strada, più sicura e consapevole di me, dei miei desideri, dei miei bisogni, dei miei obiettivi.

Mica male, eh, queste emozioni!

E tu, come ti senti in questo periodo? Lasci che le emozioni prendano il sopravvento oppure ti lasci attraversare – per poi “rinascere in forma nuova”?

Se ti interessa sperimentare un percorso di coaching assieme a me, o anche solo capire come funziona il coaching e come può esserti utile, mi puoi scrivere a verusca.costenaro@gmail.com

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