Ode alla cucina: dove tutto ebbe inizio
Non c'è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com'è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. - da Kitchen di Banana Yoshimoto
Verusca Costenaro
Ho una passione per le cucine. L’ho scoperto solo adesso, over 50, ma se ci penso bene, è un amore che porto con me da quando ero bambina.
Da bambina passavo moltissimo tempo nella cucina di famiglia a Marostica.
I mobili possenti di ciliegio erano il perimetro del mio spazio sicuro, dove crescevo fino a superare finalmente il mobiletto scuro che dava sui fornelli e conteneva segreti – oltre che a biscotti e dolciumi!
Specialmente il tavolone rettangolare era il luogo del cuore: oltre ad accogliermi sicuro ad ogni pasto, mi regalava la sua compagnia ogni pomeriggio, al momento di fare i compiti. Certo, c’era anche il tavolone rettangolare, più scrivania diciamo, del salotto, affacciato sulle porte finestre che davano direttamente su Piazza degli Scacchi, una vista spettacolare, ma all’epoca non aveva la stessa attrazione del tavolo della cucina. Forse, una parte di me associava quello spazio-salotto al gioco (in salotto sono cresciuta giocando a terra ai lego), alla tv (sul divano mi sono goduta cartoni e film), o alla scrittura (sulla scrivania troneggiava la Olivetti rossa della mamma, che potevo usare con discrezione e attenzione solo dopo aver terminato i compiti).
Dunque la cucina era il mio rifugio preferito. Dopo pranzo, si sparecchiava ed è lì che avveniva la trasformazione, lo spazio dei pasti diveniva lo spazio dello studio, tramite un rituale ben preciso: la posa della tovaglia cerata (per non rovinare il bel legno!), color marroncino, che con il tempo, giorno dopo giorno, compiti dopo compito, io e le mie due sorelle abbiamo ricoperto di scritte a penna – dalle prime dichiarazioni d’amore a parti di testi di canzoni.
È in cucina che ho visto mia mamma preparare torte – fino a imitarla quando alle medie il prof. di tecnologia, come parte di una sperimentazione culinaria, ci ha chiesto di portare del cibo preparato da noi a scuola. Non ci ho pensato un secondo: avrei preparato una delle torte semi pronte Cameo, la millefoglie, facile da preparare, con quella crema dolce che al contatto con il palato creava dipendenza, e che ogni volta che preparavo, in famiglia, veniva accolta con gioia ed entusiasmo.
Dalla cucina di casa sono passata ad altre cucine – molte, se considero i miei oltre 20 traslochi. Ci sono state cucine vere, separate, e cucine inglobate in un monolocale. Quel che è certo, è che in ogni cucina ho sfornato torte, muffin, biscotti.
A Milano (tardi, quasi 50enne) ho imparato a cucinare davvero – per colmare la solitudine. Piatti salati, intendo. Anche se la mia passione rimangono i dolci. Passavo il tempo a cucinare la sera nel mio piccolo monolocale affacciato sulla corte interna di un palazzo di ringhiera. La cucina si fondeva con il letto e l’armadio e il tavolino – era un microcosmo vivo, che mi teneva compagnia, tutto compatto, solido.
La cucina è anche il luogo dove amo lavorare. Forse in onore alla cucina-studio dell’infanzia. Non ho bisogno di separare davvero gli spazi – sull’ampio tavolo da cucina, stabilisco un posto dove mangiare, e un altro, diverso, dove lavorare. Per lavorare intendo usare il mio PC per fare traduzioni o insegnare inglese online, o tenere sessioni di Coaching. In quel momento, quando lavoro, la cucina diventa un altro mio piccolo mondo fatato – dove succedono cose oltre il suo ruolo standard, dove mi relaziono con persone al di là dello schermo, dove scrivo sorseggiando una tisana con della musica jazz in sottofondo.

La cucina, quando termino di lavorare, diventa il luogo dell’incontro con il mio partner. A volte ci gustiamo un aperitivo, e quello diventa un momento di piacere e relax condiviso. Lui è tendenzialmente addetto a preparare la cena (io mi occupo di solito del pranzo), anche se il menù ci piace deciderlo assieme. Mentre lui cucina, io mi accoccolo sul divano a leggere. Un momento e un angolo di grande serenità. Basta anche solo un quarto d’ora di lettura prima di cena per ritrovare il mio ritmo di pace.
Mi chiedo se tutti amino la cucina quanto me. Stamani, lo ammetto, ho letto la newsletter di Mariachiara Montera: parlava della cucina della nonna, non esattamente quel che sto raccontando, ma indirettamente mi ha ispirata a scrivere queste parole. Che vogliono anche essere un omaggio alla fase di vita che sto vivendo: da un mese, in Albania, dentro un appartamento al settimo piano, in una sala-cucina con ampie finestre, con palazzi attorno ma, sullo sfondo, le montagne verdeggianti di Pogradec, che all’ora di cena, si illuminano coi colori aranciati del tramonto.

Il fatto che io sia arrivata a lavorare da remoto ha cambiato notevolmente il mio rapporto con la casa. Già quando insegnavo nelle scuole pubbliche in presenza, il legame era stretto, intenso, trovandomi spesso ad avere pomeriggi senza scuola, dove potevo gestirmi il lavoro rimasto da casa.
Ora che lavoro solo da remoto, ho un affetto ancora più profondo con le mura che mi circondano. Sento proprio che stare in cucina mi rende felice. Mi dona benessere. Un senso di pace ed equilibrio nuovo, che nutro ogni giorno. Cucina per me è davvero benessere mentale ed emotivo.
Le città cambiano, i panorami si evolvono, i tavoli si rinnovano. Ma finché ci sarà una cucina a fare da baricentro, io mi sentirò sempre a casa.
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