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Manicomio di Volterra

Mi prenderai per pazzo, se ti dico che sono stato uno dei più grandi manicomi in Italia. Invece ti dovrai ricredere e, se hai la pazienza di ascoltarmi, ti racconto la mia storia.

Oggi sono un vecchietto malandato, visto che sono nato nel 1887 come “asilo per dementi” con soli 4 degenti, ma negli anni son cresciuto a dismisura sotto la direzione del prof. Luigi Scabia, fino ad arrivare nel 1939 a ospitare 4794 pazienti e circa 700 tra personale medico e infermieri in 20 padiglioni diversi. Il professore aveva introdotto quella che chiamavano Ergoterapia, la terapia del lavoro, così quasi tutti i miei abitanti erano impegnati in qualche attività. Nacquero così varie botteghe, tra cui una falegnameria, un panificio, una lavanderia, un calzolaio, un fabbro, addirittura una fornace per fabbricare i mattoni che, in gran parte, compongono i miei padiglioni.

Ma non è finita qui, c’erano due colonie agricole che, grazie al lavoro dei degenti, provvedevano a rifornire i miei magazzini, allo stesso scopo servivano gli allevamenti di polli e conigli. Praticamente eravamo autosufficienti, avevo un acquedotto e un sistema di illuminazione all’avanguardia, e i ricoverati potevano comprare cose anche attraverso una moneta interna coniata appositamente nel 1933. Tutti stavano andando verso lo sviluppo del “manicomio aperto”, così gli ospiti avevano la possibilità di uscire, andare al cinema, a fare compere o lavorare fuori dai miei cancelli. Proprio grazie a queste politiche e alla lungimiranza dell’allora direttore Umberto Sarteschi, alcuni degenti furono determinanti nella prima campagna di scavi archeologici per portare alla luce il Teatro Romano di Volterra.

Quelli furono anni felici: venivano organizzate feste e balli coinvolgendo degenti e personale medico, così che i malati potessero distrarsi e scaricare tensioni. Le mie stanze si riempivano di allegria. Tra i molti i personaggi singolari che ho ospitato, il più famoso è stato Oreste Fernando Nannetti, in arte NOF 4. Fu lui, che si definiva “austronautico ingegnere minerario del sistema mentale”, a riempire di graffiti i muri del padiglione Ferri e Charcot. Graffiti che lui incise utilizzando la fibbia della cintura, racconti visionari, temi fantascientifici, frasi scomposte che descrivevano il suo bizzarro modo di interpretare il mondo. Nannetti è diventato famoso in tutto il mondo grazie all’intervento dell’artista volterrano Mino Trafeli, che intuì il valore della sua opera che ora è esposta nel Museo di Art Brut di Losanna. Nel 1978, con la legge 180, si segnano inesorabilmente le mie sorti. Vengono chiusi gli istituti psichiatrici, e in poco tempo perdo definitivamente la mia funzione. Dei miei tanti padiglioni solo alcuni verranno riconvertiti nell’odierno ospedale, gli altri abbandonati senza più uno scopo. Vorrei farti vedere da vicino la bellezza del Poggio alle Croci dove sorgo, l’architettura dei padiglioni, farti assaporare la quiete dei viali alberati. Penserai subito che è un peccato mortale far mangiare i miei muri dal tempo e dall’umidità: questa purtroppo è la sorte di molti di noi, nati per accogliere i più sfortunati. Ma io sono sempre stato un ottimista, sicuro che qualcuno riuscirà a farmi tornare quello di un tempo, non più ad accogliere malati, ma aprendo i miei spazi alla comunità. L’avvento della legge Basaglia del 1978 dette la libertà ai miei ospiti e segnò inesorabilmente il mio destino: a parte qualche padiglione riconvertito dall’azienda sanitaria locale, il resto dei miei muri versa in condizioni di totale abbandono.

In attesa di qualcosa di migliore?…

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