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Una settentrionale-di-ritorno a Milano

Per te

Per capire Milano bisogna tuffarvisi dentro.

Tuffarvisi,

non guardarla come un’opera d’arte.

Guido Piovene

Sono arrivata a Milano convinta che avrei trovato prontezza ed efficienza ovunque – ma ci ho messo 2 giorni solo per farmi l’abbonamento dei mezzi.

La richiesta di abbonamento va fatta solo online, se è la prima volta che la fai. Richiedi una tessera che potrai andarti tranquillamente a stampare in una colonnina situata dentro alcune fermate della metro. Così, il giorno dopo la mia richiesta online mi dirigo alla fermata più vicina a casa mia, Loreto, ma la colonnina non funziona. Davanti alla colonnina siamo io e una signora con accento marcatamente milanese, elegante e compunta, come sono nel mio immaginario tutte le signore milanesi. Anche molto cortese, nei miei confronti, la veneta appena approdata a Milano da Firenze, un po’ persa e sola nella grande metropoli, ancora un po’ provata dal trasloco, dal cambiamento, dai tanti stimoli della città. La signora milanese compunta mi spiega che le stampe delle tessere alla colonnina sono bloccate dal giorno prima, per via dell’intasamento di richieste… il che, in una città come Milano, in realtà ci sta.

Così mi ritrovo a condividere il mo primo disagio da vita di metropoli con questa milanese (vera) compunta, io che mi sento una settentrionale-di-ritorno, una milaneseh – intuizione brillante con cui mi ha definita l’amica Alessandra Fineschi, appena saputo del mio ritorno a nord, prendendo spunto dal romanzo Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie, tradotto dal nostro comune amico Andrea Sirotti. La parola “americanah” è, in generale, un nomignolo per definire gli immigrati nigeriani tornati nel loro Paese d’origine dopo aver vissuto a lungo negli Stati Uniti. È anche un modo ironico per riferirsi a chi si atteggia, imitando il modo di fare degli americani.

Io che alla stazione della metro di Loreto mi sento una venetah-milaneseh poco adeguata (per ora?) alle circostanze e alla città, col mio accento veneto molto provinciale, una “foresta” – come mi rimproverava sempre nonna Anna, seppur ridendo, in dialetto veneto. “Foresta”, ossia “forestiera” in italiano – perché nonna Anna mi vedeva troppo poco, per i suoi gusti (curioso, che perfino da adolescente nella mia cittadina di origine, Marostica, io stessi già scomparendo).

Mi trovo dentro un viaggio la cui unica via di uscita è un altro viaggio. Una venetah-milaneseh che non può tornare indietro dal viaggio che ha intrapreso – e si è scelta –  nemmeno volendolo. Sto a metà strada tra quello che ho lasciato e lascio ogni volta che mi sposto, e quello che trovo in ogni posto nuovo, quello che divento in ogni nuova fase di vita. Mi rimpiango ogni volta, in ogni città, con la stessa costanza e nostalgia, eppure vado avanti, con convinzione, a volte con difficoltà, molte volte con gioia.

Cerco di fare casa a Milano, come ho fatto a Firenze 6 anni fa. La mia Milano ha varie sfumature, colori, sapori: se esco di casa e vado in direzione nord attraverso Via dei Tansiti, sbuco in Via Padova, una lunghissima arteria multiculturale straripante di ristoranti e negozietti etnici, soprattutto sudamericani, arabi, cinesi. Finora ho imparato che nella parte iniziale delle via, prima che incroci via Padova, ci sta un locale vintage, Salumeria del Design, che è anche spazio creativo e culturale gestito da un gruppo di progettisti, grafici, artigiani, dove all’ora dell’aperitivo si raccolgono attorno ai tavolini all’aperto quelli che mi sembrano milanesi di tutto punto. La seconda parte di Via dei Transiti, una volta attraversata via Padova, diventa terra di tutti e di nessuno, o meglio, di uomini seduti sui gradini dei negozi (etnici) con birretta in mano, tranquilli a guardarsi il cellulare. Proseguendo su Via dei Transiti verso Viale Monza (un altro spaccato di mondo piuttosto interessante) arrivano tutta una serie di ristorantini peruviani (compresa la pasticceria di prelibatezze sudamericane Fidel’s Bakery, dove ho già testato una fetta di torta tres leches e un biscottone al caramello), che si affacciano sul Centro Sociale Autogestito T28, attivo dal 1978. La fermata della metro Pasteur è a pochi passi – e io mi gusto questo suono francese in mezzo a tanti altri stimoli culturali.

Io in Via dei Transiti e in Via Padova, mi sento a casa.

Se, invece, uscendo dal cancello del palazzo in cui vivo prendo la strada verso sud, trovo tutto un altro universo. Milano si trasforma nel giro di poche centinaia di metri, camaleontica come non mai, in grado di togliersi la maschera nota e indossarne subito un’altra, per stupirti. Lungo Via Lambrate troneggia la chiesa del quartiere Casoretto, Santa Maria Bianca della Misericordia. Il suo oratorio, visto da fuori, ha uno spazio aperto molto ampio, con zone per lo sport e altre per stare insieme, lunghe tavolate di legno che fanno pensare a pranzi comunitari o ragazzi che svolgono assieme i compiti. Un’altra Milano, appunto.

Proprio dalla parte opposta alla chiesta si trova un ristorante cinese, Giardino D’Oro, in realtà un misto tra una trattoria italo-cinese e una pizzeria. A pranzo hanno dei prezzi (e porzioni!) perfetti per operai e impiegati della zona o gli universitari di Città Studi, poco lontana (prosegui verso sud lungo tutta Via Ampère – ancora, la Francia a Milano! – e sbuchi al Politecnico, quasi una reggia incastrata dentro la città). Se invece ti lasci alle spalle il ristorante cinese e prendi via Casoretto, arrivi proprio dentro il quartiere, e trovi ad accoglierti tutto ciò che un quartiere ha da offrirti: un’edicola che apre alle 5:30 di mattina, un locale meneghino storico, la Trattoria Mirta, una cartoleria, una merceria, un negozio di calzature, una gelateria, L’Isola del Pane, forno gestito da una famiglia egiziana, che sforna un pane dal profumo intenso e fragrante, un baretto frequentato dagli anziani del luogo – tutti rigorosamente milanesi o trapiantati lì. Ma ci trovi pure un negozio che vende  specialità greche di ogni tipo, Hellinikon, e un caffè letterario, Incipit23, mezzo bistrot e mezzo libreria, che organizza tanti eventi letterari.

Anche a Casoretto, io mi sento a casa.

Mi sento (felicemente) incastrata tra una multiculturalità “spinta”, quella di Via Padova e zone limitrofe, e una multiculturalità “acquisita”, che nasce dalle fondamenta squisitamente milanesi del quartiere Casoretto. Una multiculturalità ibrida, che comprende voci autoctone e voci da altri mondi, simbolo delle società di oggi. Un fenomeno che non si può (più) negare, che va da sé, che è la nuova normalità. Ricordo quando sono entrata per la prima volta dentro il forno gestito dalla famiglia egiziana, e ad accogliermi ho trovato una sorridente donna con il velo. Parlandomi con forte accento milanese, mi raccontava che il pomeriggio era il figlio a seguire il negozio, mentre il pane, la notte, lo faceva il marito.

Penso che, da milaneseh quale forse sono o sto diventando, settentrionale di nascita e di ritorno, nomade per scelta, vissuta a Marostica, Londra, Dallas, Padova, Beirut, Salonicco, Venezia, Mestre, Firenze, ri-capitata a settentrione dopo 6 anni di vita al centro, questa è decisamente la Milano che amo.

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